Brimstone | RECENSIONE

UN VIAGGIO NELLA FREDDA TERRA DI DIO

“Le persone credono che siano le fiamme a rendere insopportabile l’inferno, ma non ? cos?? ? l’assenza dell’amore”. In queste poche parole, pronunciate da un fantastico Guy Pierce, ? espressa l’anima di Brimstone, film scritto e diretto dal danese Martin Koolhoven che narra le vicende di Liz, una levatrice dal torbido e nebuloso passato che porta avanti un’esistenza morigerata all’interno di una piccola comunit? protestante nel selvaggio west.

La sua vita viene sconvolta quando in paese giunge un nuovo inflessibile reverendo con cui lei sembra aver condiviso dei terrificanti e misteriosi trascorsi. Da qui in poi Liz e i
membri della sua famiglia saranno trascinati in un incubo intriso di lacrime e sangue e verranno portati alla luce nuovi e brutali retroscena che contribuiranno a rendere ancora pi? opprimente l’atmosfera di un racconto crepuscolare in cui la salvezza, se mai esiste, ? raggiungibile soltanto attraverso la punizione della carne e dello spirito.


Negli ultimi anni il western si ? progressivamente affrancato dalla condizione di ?genere a se? diventando sempre pi? una sorta di cornice in cui gli autori tendono a narrare storie di pi? varia natura: un esempio perfetto pu? essere considerato “Bone Tomahawk” del pregevole regista e sceneggiatore S. Craig Zahler, autore anche del film “Browl in the cell 99”, due piccoli gioielli che vale la pena recuperare. Ma mentre in Bone Tomahawk le vicende prendono una deriva horror , con Brimstone ci troviamo di fronte ad un’opera dal forte taglio drammatico e thriller capace di ingabbiare lo spettatore in un vortice di rabbia, sofferenza e tristezza. Koolhoven verga con l’inchiostro e il sangue una sceneggiatura in cui l’eroismo e il sogno americano scompaiono tra i grigi e cupi paesaggi di una frontiera morente. Il patriarcato appesta come un cancro la societ? in cui Liz e le persone a lei care si muovono, rendendo il solo fatto di appartenere al genere femminile una condanna divina .
La fede morbosa che accompagna ogni dinamica della pellicola diventa un “velo di Maya” che ricopre i peccati e le aberranti violenze commesse dall’uomo.

BRIMSTONE


La trama, sapientemente diretta, valorizza lo sguardo della macchina da presa di koolhoven, il quale riesce a mantenere salda la tensione per tutta la durata della pellicola nonostante il corpo centrale dell’opera pecchi per? nella narrazione. Infatti, seguendo una scelta a dir poco infelice, il regista non solo divide in due capitoli separati un flashback che poteva facilmente essere presentato in una veste unitaria, ma arriva addirittura ad invertire i suddetti capitoli, rendendo la trama per certi versi criptica e confondendo inutilmente lo spettatore.
Per quanto riguarda il comparto attoriale, il film si mantiene su un livello molto alto. Guy Pierce ? straordinario nell’interpretare il reverendo riuscendo a conferire al suo personaggio un’aria solenne intrisa di follia, che lo rende tanto odioso quanto crudele e terrificante. Egli ? un antagonista totale che, col suo modo di agire e di pensare, ingloba in s? tutto ci? che di marcio e malato ha da offrire la societ? a lui contemporanea.

Egli ? la legge dentro e fuori le mura domestiche e si considera (un po’ per auto convinzione, un po’ per convenienza) come l’esecutore del volere divino, instaurando cos? un clima di terrore tale da far primeggiare la sua visione del mondo rispetto a quella di qualsiasi altro, soffocando nel sangue e nelle lacrime ogni tentativo di ribellione o di devianza. Ma se Pierce ? un mostro senza pari, Dakota Fanning ? invece un angelo, l’unico fiore in una terra arida e marcescente.

Il suo personaggio ha in parte cicatrizzato le ferite che col tempo le sono state scavate nell’ animo, facendola diventare una donna determinata a non essere pi? vittima del suo passato. Martoriata da una vita che l’ha privata di tutto, ? attanagliata da una paura profonda ma ? anche pronta a difendere ad ogni costo la sua dignit? nonch? l’unico tesoro che abbia mai avuto: la propria figlia. Ruolo marginale ? invece quello ricoperto da un Kit Haringhton non eccezionale il cui personaggio, pur sembrando interessante, non viene approfondito pi? di tanto e non fornisce alla trama alcun contributo significativo, rimanendo relegato in una piccola porzione del film.

A contrario la giovane Emilia Jones, ottima nel calarsi in un ruolo assolutamente non facile, ? la vera sorpresa del film. Con la sua innocenza e i suoi sguardi riesce a colpire nel segno e a restituire una performance molto convincente.
A fronte di un budget di 12 milioni di dollari, il film ne ha incassati a malapena 2 milioni ed ? stato immeritatamente stroncato da numerosi pseudo critici, eccessivamente occupati a soffermarsi sugli aspetti truculenti del lungometraggio perdendo di vista tutto il grandioso disegno del mosaico realizzato dal regista e dagli interpreti. Brimstone ? una piccola grande perla che merita non solo di essere scoperta, ma anche di essere vista e rivista.

Recensione a cura di Vittorio Barbieri

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