C’era una volta a… Hollywood | recensione

C’era una volta a… Hollywood | recensione

superman non diventa superman

‘C’era una volta a… Hollywood” è il plettro risonante di uno dei registi più romantici di Hollywood. Perchè romantico? Perchè ci ricorda che lui stesso è il primo fan del cinema, che l’ha sposato ormai da 30 anni.

Vuoi restare al matrimonio?!
Solo se posso sedermi nel lato della sposa.
Sarai un po’ triste e solo nel mio lato.
Il tuo lato è sempre stato un po’ triste e solo, ma non mi metterei da nessun’altra parte.

Dialogo tra Bill e La Sposa in ”Kill Bill”

Ed è in questo breve scambio di battute, tratto da un altro suo film, che ci innamoriamo a nostra volta della poesia autoriale di Quentin Tarantino, colui che non è diventato Tarantino, ci è nato.

Siamo nella Hollywood che si apprestava ad entrare negli anni ’70, gli hippie a piedi scalzi riempiono le strade, le droghe, gli alcolici e i festini destinati all’eccesso fanno capire che il proibizionismo è ormai solo un lontano, tetro ricordo.

Leonardo Di Caprio e Brad Pitt, Quentin Tarantino
“Se pensate di vedere doppio non regolate il vostro televisore perché, bhe, in qualche modo è così!”, C’era una volta a… Hollywood

Ad accompagnarci in questo viaggio ci sono Rick Dalton (interpretato dal solito maestoso Leonardo Di Caprio), attore la quale carriera sta avendo un lento tracollo e la sua controfigura Cliff Booth (un Brad Pitt sorprendente), stuntman spavaldo sul quale circolano addirittura voci di uxoricidio.

Ed ecco il tema del doppio col quale Tarantino giostra tutta l’opera per offrire un racconto meta-cinematografico che alterna realtà e finzione, che ci ricorda che il set più importante della vita è la vita stessa. Sarà nel dolore infatti che Rick Dalton, alle prese con un ruolo da antagonista in una serie Western, avrà modo non solo di riscattarsi ma di compiere la sua migliore performance recitativa, di aggiungere un’altra pagina a un libro che pareva finito e sarà non per caso un’attrice bambina a commuoverlo dandogliene conferma, l’essere più sincero che ci sia, che esula dall’ipocrisia Hollywoodiana.

A Cliff spetta la parte più dura, sempre…Fondamentalmente disoccupato, scarrozza Dalton in giro dato che a quest’ultimo è stata revocata la patente per guida in stato di ebrezza, accudisce il suo amato pitbull e, un bel giorno, decide di dare un passaggio a Pussy, una giovane hippie legata alla Charles Manson’s Family che, insieme agli altri seguaci , ha occupato il ranch di George Spahn (Bruce Dern), vecchia conoscenza dello stuntman.

Margot Robbie nei panni di Sharon Tate, C’era una volta a Hollywood

In questa sequenza Tarantino si supera. La suspense è tale che si taglia con un coltello eppure regna il silenzio. Cliff Booth si accorge della piaga che da lì a poco si sarebbe abbattuta su Hollywood, Charles Manson a malapena si vede durante il film eppure è nel constatare la tempra morale dei suoi seguaci che paradossalmente temiamo quest’uomo ancora di più, colui che agisce nell’ombra per placare le voglie di una sagoma ancora più buia.

Come in ”Pulp Fiction” osserviamo le vicende apparentemente sconnesse di diversi personaggi, tra i quali figura anche Sharon Tate, moglie del regista di successo Roman Polanski e vicina di casa di Rick Dalton. L’attrice ci permette di cogliere a pieno il significato della sospensione presente nel titolo dell’opera: una nostalgia delicata, troppo personale per non essere trasformata in capolavoro.

” Lui è il regista di “Rosemary’s fucking Baby” ed è il mio vicino di casa, capisci? Basta una festa in piscina e mi ritrovo a fare un film con Polanski

Ed è proprio mentre Rick Dalton si trova nella sua piscina che il bandolo della matassa viene a galla. Gli aguzzini di Manson, incaricati di assassinare Sharon Tate, si imbattono in un Cliff Booth sotto effetto di acidi che non si rende conto della gravità della situazione finchè l’adepto che aveva precedentemente riconosciuto non punta lui contro la pistola dichiarando di essere ”il diavolo”.

Ecco dunque il film che tutti si aspettavano: il sangue versato…la rinascita. Il grande cinema sopravvive grazie a due ”manovali” del settore, grande metafora di vita, di un’attualità che vorrebbe essere disarmante. Lo stuntman che rischia la vita, l’attore che ne beneficia venendo invitato a casa Polanski e la settima arte che ancora una volta appare in grado di cambiare la storia. Tarantino ci mostra una sfaccettatura del suo cinema che mai ci saremmo aspettati di vedere: è il suo essere Clark Kent che gli permette di stupirci positivamente, dato che tutti si aspettavano Superman.

Voto: 9/10

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