Crimini e Misfatti

La sfortuna del poter vedere, la sciagura del non riuscire a farlo

?Dio ? un lusso che non posso permettermi?

Portatevi un maglione, si gela. Dove siamo? Antartide? No, New York. Una New York brutta, fredda, distante, cinica; una Grande Mela inedita, una citt? che porta ora in grembo il frutto di tutte quelle debolezze umane, che, radicando come querce secolari, si nascondono dietro la facciata del decoro, del ?socialmente accettabile?, delle convenzioni sociali che diventano la gabbia in cui il film viene imprigionato: ciclico questo si apre con l?elogio dell?avanzamento fra le gerarchie sociali con cui, inevitabilmente, andr? anche a chiudersi. Non che questa sia una scelta meramente stilistica, n? tantomeno narrativa; questa morsa ? un qualcosa di naturale, ovvio, necessario, implicito nella realt? quotidiana di tutti quei riti che il mondo ha utilizzato come filtro per obnubilare la propria vista e non vedere pi? la propria vera natura; per dimenticarla ed abbandonarla nel passato, cos? da potersi finalmente crogiolare in un brodo di fragorose risa di circostanza e plastico divertimento. Come infatti suggerisce il carismatico Lester nel film: ?commedia ? tragedia pi? tempo?.

Crimini e Misfatti
Crimini e Misfatti

Crimini e Misfatti si districa fra le trame di questo mondo cieco raccontandoci due storie parallele: la prima, dalle venature noir, ? quella di Judah (nome non casuale), interpretato da un Martin Landau mastodontico nel ruolo di un oculista di successo, filantropo, noto alla comunit? come il pi? devoto dei mariti ed il pi? onesto dei cittadini, ma che dietro questa facciata cela il pi? classico dei segreti: una relazione extraconiugale con una donna (la sempre bravissima Anjelica Huston) decisa pi? che mai ad uscire dal suo cono d?ombra, disposta a tutto pur di portare l?amante alla separazione definitiva dalla moglie, e di cui, il nostro Judah dovr? in qualche modo liberarsi. La seconda storia invece, caratterizzata da un umorismo tagliente e dissacrante come solo il buon Woody sa fare, ci racconta di un personaggio opposto, ossia il buon Cliff (interpretato da Allen), un documentarista fallito, prigioniero di un matrimonio insoddisfacente, nel cui curriculum svetta come elemento di maggior rilievo un premio della giuria del festival documentaristico di Cincinnati, costretto a lavorare per l?odiato Lester, un comico pomposo, miliardario e cognato del nostro, per raccimolare qualche soldo e completare il suo documentario su uno sconosciuto professore di filosofia di nome Louis Levy.
Le due storie fluiscono parallele per tutto il film, fino a congiungersi nel maestoso finale tramite l?unico elemento comune: il Rabbino Ben, paziente di Judah e cognato di Cliff. Questo ? ci? che racconta Crimini e Misfatti: una storia pressocch? ordinaria.

E allora cos?? che rende questo film, non grande, ma grandioso?

La forza del film risiede, come al solito con Allen, nei sottotesti, negli sguardi (qui pi? che mai protagonisti), nei brevi e secchi dialoghi, in tutti quei piccoli dettagli che insieme vanno a tessere un mosaico universale, vero, che senza peli sulla lingua denuda spietatamente la realt?: siamo in un mondo freddo, desolato, senza Dio e senza morale, dove il premio non va mai al pi? onesto, che per sempre sar? costretto a convivere con l?etichetta del perdente, ma al pi? scaltro e, alle volte, al pi? spietato.

Woody Allen nei panni di Cliff (Crimini e Misfatti)
Woody Allen nei panni di Cliff (Crimini e Misfatti)

La visione di Allen pi? che mai cinica dell?universo scivola dalle sue pupille a quelle dei protagonisti, che, nella continua ricerca di un punto di messa a fuoco definitivo, finiranno colpiti dall?insensata immoralit? degli eventi: ognuno di essi guarda, letteralmente potremmo dire, grazie ad una messinscena geniale, in una direzione diversa, la quale ovviamente non si rivela essere quasi mai quella favorevole, come nel caso della povera Dolores, che cocciutamente guarda solo verso il suo obbiettivo, palesando cos? la sua inconsapevole e simbolica cecit? (la frase: ?non sono mica cieca?, pronunciata in un dialogo con Judah quando la macchina da presa la inquadra in cucina, con la parte superiore del viso nascosta allo spettatore da un mobile, riassume perfettamente la condizione del personaggio), o come nel caso del disilluso e sopracitato Ben, l?unico personaggio che ancora si affida alla fede in una struttura superiore, in un?entit? divina, senza cui, testuali parole, non potrebbe vivere, e che difatti viene colpito da un male incurabile agli occhi che lo condurr? verso la cecit?, per davvero in questo caso, totale.

A tutto ci? si aggiunge il tema dell?omicidio, che richiama chiaramente il rinomato ?Delitto e Castigo? di Dostoevskij, la sua messa in atto (anche qui girata con una classe difficilmente descrivibile a parole: l?inquadratura sul faro dell?auto che inesorabilmente e simbolicamente si spegne vale tutta la sequenza), e le conseguenze che il gesto stesso ha sul mondo: nulle, se chi lo commette ha la forza di non farsi schiacciare dal senso di colpa. E questo perch?, anche se l?educazione religiosa di Judah vuole che ?gli occhi di Dio veglino sempre su di noi?, la realt? vuole che questo Dio, anche ammesso che esista, sia completamente cieco.

?Senti, io non mi intendo di suicidi. Quando sono cresciuto, a Brooklyn, mai nessuno si ? suicidato. Erano tutti troppo infelici.?

Allen, nello sviscerare questi temi senza essere mai invasivo, dimostra pi? che mai come in quegli anni la sua vena creativa e la sua maturit? fossero giunte ormai ad un livello impareggiabile, andando a chiudere un decennio costellato di capolavori, come il divertentissimo ?Zelig? o il pluripremiato, a ragione aggiungerei, ?Hannah e le sue Sorelle?, nel migliore dei modi. E quel che pi? di tutto lascia senza parole ? come il regista di Brooklyn riesca a maneggiare come argilla tematiche filosofico-esistenziali di universale portata e ad inserirle in un film che, alternando tragedia e commedia con la semplicit? e la spontaneit? di un bambino che gioca con la neve, scorre come un fiume in piena, impossibile da rallentare, n? tantomeno da fermare, che prende e trascina con s? lo spettatore in un?orgia di risa incontrollabili e dolorose riflessioni, attraverso una continua staffetta fra le due storie che compongono la pellicola e di cui diventano cuore e cervello (quelli di Cliff non si danno neanche del tu), fino alla chiusura in un finale tragicomico ai limiti dell?umana concezione, dove le due vicende vengono unite, dove Cliff infine, guarda nella direzione corretta, in un primo piano che non piega, ma spezza lo spettatore, e purtroppo, vede.

Woody Allen sul set di Crimini e Misfatti
Woody Allen sul set di Crimini e Misfatti

E come se non bastasse, dopo averci spezzato in due, Woody Allen ci regala una delle inquadrature pi? belle e potenti della sua intera carriera, come a ricordarci che il cinema ? in primis ricreare emozioni tramite le immagini, con Cliff e Judah, seduti, l?, vicini ed isolati, sconosciuti ma che inevitabilmente ora guardano nella stessa direzione, essi si concedono una tregua prima di separarsi definitivamente, per sempre, coperti dalla voce fuori campo del professor Levy, che recita uno dei monologhi pi? belli che abbia mai avuto occasione di ascoltare:

?Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali. Alcune di esse importantissime, la maggior parte meno importanti. E noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto, siamo in effetti la somma totale delle nostre scelte. Gli avvenimenti si snodano cos? imprevedibilmente, cos? ingiustamente. La felicit? umana non sembra fosse inclusa nel disegno della creazione, siamo solo noi, con la nostra capacit? di amare, che diamo significato all’universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembra avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di pi?.?

Crimini e Misfatti ? un?opera tanto complessa da comprendere appieno, quanto facile da fruire; un diamante grezzo che delega allo spettatore la possibilit?, altrove inaccessibile, di un giudizio etico, permettendo perci? ai personaggi di scaricare le proprie responsabilit? sul pubblico e di porlo in una posizione privilegiata ma allo stesso tempo sconveniente: il nostro giudizio determina la nostra aderenza ad un personaggio piuttosto che a un altro, perci?, in un certo senso, esso porta alla luce una parte di noi di cui forse avremmo preferito dimenticare, andando a colpirci sul personale, in maniera concreta e tastabile.

Il dilemma etico non tormenta pi? solo i protagonisti della pellicola, ma, in preda ad un impeto metalettico, arriva a trafiggerci silenzioso come un proiettile con ali di farfalla, per condurci negli angoli pi? reconditi della nostra complessa psiche, mentre una domanda martellante ci ossessiona fino all?esaurimento delle forze: siamo anche noi colpevoli?

Recensione a cura di Jacopo Corradini

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