FULL METAL JACKET | Recensione

Al campo di addestramento di Parris Island, Carolina del Sud, si addestrano uomini per uccidere. Siamo in piena guerra del Vietnam, è la prima vera guerra dove la propaganda militare e politica la fa da padrone, dove le immagini e le notizie dal fronte si susseguono di giorno in giorno. Dove persino una bugia vale più di mille verità. L’uomo viene inteso come macchina, cuore di pietra e col grilletto sempre pronto.
Osserviamo questa standardizzazione militare nella scena in cui tutti vengono sottoposti al taglio dei capelli, a significare che tutti sono uguali, nella vita e nella morte.

Sergente Hartman, Full Metal Jacket
Sergente Hartman, Full Metal Jacket

Emblematica l’espressione del Sergente Hartman

“Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!”

Il Sergente Hartman ha una personalità spigolosa, è un uomo duro, crudele, spietato. Kubrick per la parte scelse specificamente un veterano di guerra, Ronald Lee Ermey, che ha servito in Vietnam per 14 mesi.
Di lui il regista dirà: “Sì, Ermey interpreta se stesso. È un colpo di fortuna, quasi un miracolo trovare qualcuno che sa recitare così bene e in più non recita che se stesso. Anche queste sono cose che succedono una volta sola nella vita”

Facciamo subito conoscenza con i personaggi chiave della pellicola. Oltre al già citato Sergente Hartman, spiccano il Soldato “Joker” – interpretato da Matthew Modine -, il soldato “Palla di Lardo” LawrenceVincent D’Onofrio – e, soprattutto nella seconda parte della pellicola, i soldati “Cowboy” e “Animal” – rispettivamente interpretati da Arliss Howard e da un giovane Adam Baldwin. Potremmo dividere il film in due parti: pre e post “Palla di Lardo”.

 “Palla di Lardo” Lawrence //  “Cowboy” e “Animal” , Full Metal Jacket
“Palla di Lardo” Lawrence // “Cowboy” e “Animal” , Full Metal Jacket

Nella prima parte, che possiamo definire preparatoria, vediamo i giovani coscritti sottoporsi ad un durissimo addestramento, sia fisico sia mentale.
Veniamo catapultati nella realtà dell’indottrinamento militare, del concetto del libero arbitrio annullato, l’uomo che fa la patria ma è la patria a costruire il destino dell’uomo.

Il concetto di guerra, per Kubrick, è aleatorio…

Lo abbiamo già visto trasposto in Orizzonti di Gloria e Dr. Stranamore, ma qui tocca il suo picco massimo, e non a caso viene scelta la guerra in Vietnam, che è stata la più grande sconfitta per gli Stati Uniti d’America.
Per citare Nixon:

“Durante la guerra in Vietnam una quantità di americani bene intenzionati furono ingannati dai nostri errori ben pubblicizzati”

Eccolo, l’inganno che Kubrick maschera e smaschera benissimo attraverso l’utilizzo dell’arma più potente che un uomo possa avere a disposizione: l’ironia. L’ironia della sorte, della morte, del fato avverso.
L’americano, e il mondo intero, ingannato dalle false notizie dal fronte, e il soldato ingannato per combattere una guerra che in realtà era una strage, una carneficina, una cosa avulsa dalla realtà. Vediamo la guerra trasmessa negli occhi e dagli occhi del soldato Joker, dapprima nella fase di addestramento, più tardi direttamente dal fronte. Sempre con l’occhio e lo spirito critico di chi non è mai totalmente e definitivamente perso.

La dualità di Joker, Full Metal Jacket
La dualità di Joker, Full Metal Jacket

Due sono le scene emblematiche di questa mancata perdita di ideologia: la prima, nel confronto religioso con il Sergente Hartman, che lo accusa di essere un “ateo comunista” solo per il semplice fatto di non credere alla Vergine Maria; nella seconda, di fronte al Colonnello Poge che gli chiede il motivo per il quale indossa una coccarda della pace e porta la dicitura “Born to Kill” sull’elmetto,
Joker intende far notare la duplice natura umana, la sua ambiguità, soggiogata agli ordini ma pur sempre fedele alla propria indole.

Joker è l’elemento di raccordo tra la prima e la seconda parte…

È la personalità che più di tutti viene plasmata dal concetto di guerra, ma di rimando plasma ciò che lo circonda col suo personale concetto di guerra. È innegabile che anche una mentalità così radicale prima o poi ceda al meccanismo di equiparazione militare, pur sempre conservando l’umanità che tutto il plotone perde di fronte alle nefandezze che il conflitto offre.

Nella seconda parte affrontiamo le ostilità belliche vere e proprie, accompagnate da intermezzi ricchi di rimandi a John Wayne, quasi ad equiparare la guerra contro i vietcong alla guerra contro gli indiani. E assistiamo alla perdita dell’umanità, del rispetto, e alla conseguente vittoria dell’aridità.
La differenza tra la guerra del Vietnam e le precedenti guerre è il fatto che i soldati sapevano a cosa andavano incontro, grazie alle notizie, alle immagini, alle storie. Erano preparati e venivano preparati per questo…

L'ultima uccisione, Full Metal Jacket
L’ultima uccisione, Full Metal Jacket

Non avevano paura di morire, il loro indottrinamento era tale da assicurargli una sorta di immortalità a basso prezzo, come direbbe Kubrick, perché “i soldati del corpo dei Marines muoiono, essi esistono per questo. Ma il corpo dei Marines vivrà per sempre”. Nonostante questa preparazione, questa totale perdita dell’umanità, questa assidua camminata fianco a fianco con la morte, questo “giocarci a scacchi” (mi perdonerà Ingmar Bergman), non farà altro che incentivare la deplorevole irragionevolezza, la scriteriata sventatezza di una guerra inutile.

I soldati che cantano Mickey Mouse al ritorno della missione, Full Metal Jacket

Kubrick è conscio di tutto questo, sa di avere davanti a sé materiale da cui attingere per plasmare il film a sua immagine e somiglianza per partorirne un capolavoro. Kubrick maneggia alla perfezione l’arte della maieutica, a cui Socrate fa riferimento, per mettere nelle condizioni l’uomo – e lo spettatore – di “partorire” la sua verità, che ognuno di noi custodisce dentro, e che non aspetta altro di essere rivelata.

Full Metal Jacket è intriso di filosofia, è arte allo stato puro. È cinismo calcolato, è verità che trasuda.
Il comparto tecnico è indiscutibile, ma anche se lo fosse riusciremmo volentieri a metterlo in secondo piano. Rappresenta uno spaccato di cinema e storia a cui tutti dovremmo ispirarci, e anche ancora oggi serve da esempio per chi decide di raccontare storie attraverso le immagini. Non a caso Kubrick viene definito “Il Maestro”.

Articolo scritto da Il cinefilo barbuto, lo trovate sui social con lo stesso nick andate a seguirlo

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