J?ai perdu mon corps | RECENSIONE (2019)

Un incidente. Un conflitto tanto pesante da separare, eradicare i legami preesistenti. La voglia di riprendere a intessere un contatto. L?estenuante viaggio per riavvicinarsi. Gli sforzi, la fatica, il sudore e le lacrime apparentemente ripagati. La realizzazione che sar? impossibile fare finta che non sia successo alcunch?. Non sempre ? possibile rimediare agli sbagli che abbiamo compiuto, lasciano un segno talmente profondo da renderli difficili da ignorare. Pensiamo di essere forti abbastanza da lasciarci alle spalle un trauma, di abituarci alla vista di un tappeto con la gobba per quanta polvere vi abbiamo spazzato sotto. Nonostante i tentativi, le promesse, i sotterfugi, resteranno l?, in un angolo seminascosto all?interno del nostro campo visivo, presenti ma latenti, e ci ricordano quanto siamo negati nel dimenticarli. Ci parr? aver buttato al vento ogni possibile scelta, l?inerzia come ultima spiaggia. Inerte, per?, ? solo un altro modo per poter dire resa.

Decidere di raccontare l?intruglio nello stomaco di un ragazzo in crescita richiede una buona dose di delicatezza. L?occhio indagatore tende a soffermarsi sui dettagli prototipici dell?adolescente, fra turbe, primi rapporti con l?altro, vaga prospettiva sul futuro, necessit? di recidere le radici prepuberali. Si sente la necessit? di un taglio netto nei confronti dello stretto archetipo del genere, da intendere nel vero senso della parola. J?r?my Clapin non si lascia vincolare dalle mezze misure e prende il concetto alla lettera, presentando sin dalle prime immagini di Dov?? il mio corpo? (tr. J?ai perdu mon corps, 2019) la surreale epopea di una mano mozzata verso il ricongiungimento con il proprietario.

J?AI PERDU MON CORPS

Il primo lungometraggio animato del regista lo ha portato a contendersi il premio Oscar come Miglior Film d?Animazione con avversari del calibro di Dragon Trainer: Il mondo nascosto, Klaus e Toy Story 4 (che infine si accaparr? il titolo nel 2019)

L?ovattato feticismo per il particolare

L?esperienza tattile viene subito messa in primo piano, la capacit? di fare e disfare, produrre e distruggere della mano rimane il centro di gravit? permanente della storia. La vediamo produrre note, dimenarsi nella sabbia, cercare di catturare una mosca rumorosa, in altre parole essere parte attiva nel generare cambiamento. Nel venire elevate in status, nel ricevere l?attenzione dello spettatore, anche piccole azioni in apparenza insignificanti acquisiscono valore. La costruzione metaforica del prodotto animato si avvolge di gesti comuni, rendendoli manifesti come i veri protagonisti della storia narrata. Se ne fa un teatrino di muti interpreti in atteggiamenti antropomorfi, sulle cui sofferenze si adagia l?esperienza altrettanto dolorosa dei loro burattinai. Anche la strenua lotta di una mano disgiunta dal suo corpo nel tentativo di farsi spazio all?interno di un mondo improvvisamente ingigantito fa leva sul grottesco senza togliere la solida empatia incorporata nelle figure dei vinti. Temiamo per l?incolumit? del minuto viaggiatore, applaudiamo agli escamotage di sopravvivenza, bramiamo i momenti di raccoglimento e fantastichiamo sulla lontana destinazione, asintotico faro di speranza portatore di sollievo.

Ricongiungimento senza esito

I gesti sono ci? che ancorano Naoufel alla sua realt?. Portano con s? il dolore del lutto, l?inevitabilit? della condizione che vive, il pertugio luminoso alla fine del corridoio. Allo stesso tempo, saranno le sue stesse mani a convincerlo di aver finalmente trovato del buono, a costruire le occasioni per restare in punta di piedi tendente alla felicit?, fino allo schiocco di frusta, la frattura a cui segue il crollo. Un taglio netto che si riverbera fino a influenzarne la capacit? di agire. Come si ? adoperato per raggiungerla, il giovane ragazzo si sforza in tutti i modi possibili per non lasciarsi sfuggire la felicit? che aveva toccato con un dito. Purtroppo, per?, molto spesso illudersi di poter raccogliere i cocci e riattaccarli insieme si rivela una speranza vana. Il kintsugi rimane solamente una lontana favola esotica, incapace di addolcire il sapore amarognolo del mondo disilluso di tutti i giorni.

J?AI PERDU MON CORPS

Note in fuga sullo spartito

Che si tratti di premere Play su un mangianastri e puntare il microfono curioso a cogliere suoni dall?ambiente circostante, oppure di strimpellare qualche accordo inciampando sulla tastiera di un pianoforte, la musica offre ulteriore corpo a questa storia introversa. Una serie di suoni dal dubbio rilievo imbriglia l?essenza della scoperta. Si carica di peso emotivo la presenza scenica di un minuscolo dettaglio. Se ne sente la mancanza, Naoufel ne desidera anche dove sa bene che non ? consentita. Al silenzio vuole rimediare col suo opposto. ? ancora immaturo, la sua composizione un insieme dissonante di rumori sterili. Ha cercato di trascurare l?attenzione spensierata di un fanciullo. Fino al recupero del suo legame con il passato, non potr? avanzare che a fatica. Sar? il suono, invisibile elemento di continuit? costante all?interno della pellicola, a dare al giovane protagonista il coraggio di compiere un ultimo e importante salto verso la propria libert?. A fargli tornare la voglia di imprimere un suo segno su ci? che lo circonda.

Con estrema sensibilit?, quelli che possono sembrare due fili narrativi agli antipodi vengono poco alla volta presi in mano per essere intrecciati. Tuttavia, bench? attratti l?uno dall?altro e parte di uno stesso ordito, colpisce la spiazzante consapevolezza che non potranno tornare a essere una cosa sola.

Carlo Lucca

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