joker | RECENSIONE

In una New York decadente si è avvolti nel passato, come negli spettacoli di gran classe: vecchi musical in bianco e nero su una piccola tv preparano il terreno alla scena chiave nei cinema di Gotham City dove si proietta Tempi moderni, uno dei capolavori di Charlie Chaplin. Un luogo dorato, congelato nel tempo, che a tratti pare quasi il bar dell’hotel di Shining di Stanley Kubrick, in grande. Un luogo di fantasmi della comicità del passato e di ricchi che sembrano i fantasmi di un futuro che hanno annullato.
Appare ovvio quindi che, per il regista Phillips, questo Joker spinto a diventare un villain psicopatico da un mondo ostile, aggressivo ed egoista, dove sfruttamento e umiliazione sono all’ordine del giorno, altro non è che la versione acida, perversa e cattiva dello Charlot di Tempi Moderni.

Marcato collegamento inoltre con i Film capolavoro: Taxy Driver (1976) e soprattutto Re Per Una Notte (1982) di Martin Scorsese esponente della New Hollywood.

«Ognuno di noi può avere quello che vuole: purché sia disposto a pagare il prezzo»

Ripete il suo Rupert Pupkin, tanto arrabbiato, vittima di una società che ha perso l’attitudine all’ascolto seppellendo l’American Dream con slogan luminosi, messi lì ad illuminare le facce di chi passa frecciando nella sudicia Time Square del 1983.

Joaquin Phoenix nei panni di Arthur Fleck (Joker)
Joaquin Phoenix nei panni di Arthur Fleck

In quel periodo storico i costi post Guerra del Vietnam furono enormi e le perdite umane altissime.
Il cinema si è occupato del tragico evento cercando di rappresentare la cruda realtà della guerra vietnamita attraverso grandi film e grandi produzioni cinematografiche. Registi del calibro di “Brian de Palma”, “Stanley Kubrick”, “Francis Ford Coppola”, “Michael Cimino”, “Oliver Stone” e “Joel Schumacher” con attori del calibro di “Gene Hackman”, “Mel Gibson”, “Christian Bale”, “Robert De Niro” e altri prestigiosi nomi del cinema mondiale si sono impegnati nel rappresentare la guerra in Vietnam nella finzione cinematrografica realizzando dei film di grande impatto emotivo da Berretti verdi del 1968 a Da 5 Bloods di Spike Lee.

Non è un caso quindi che Todd Philips si sia dichiaratamente ispirato al capolavoro di Scorsese per realizzare il suo “Joker”.
In un contesto storico da “Guerra Fredda” definito l’anno dell’apocalisse mancata.
E poi, ovviamente, c’è l’infinito Robert De Niro come collegamento viscerale fra le due pellicole. Incrociando così le pagine di un libro di storia; facendo sì che, in un’era in cui abbiamo già visto tutto, ci sia davvero un evento al cinema in grado di catalizzare a sé l’attenzione.


Inevitabilmente l’Oscar 2019 per il miglior attore va a Joaquin Phoenix ovvero Arthur Fleck in quanto un personaggio complesso, segnato da un’infanzia difficile e da un futuro altrettanto tetro che oscilla tra la normalità ed il delirio, un uomo alienato che precipita nel vuoto per via dei suoi continui fallimenti:

«Tutti i nostri rancori derivano dal fatto che, rimasti al di sotto di noi stessi, non siamo stati in grado di raggiungere la nostra meta. Questo non lo perdoneremo mai agli altri».

Arthur Fleck nei panni di Joker
Arthur Fleck nei panni di Joker

Ed Arthur sembra non riuscire a raggiungere la sua meta umana e artistica, costantemente ostacolata dagli «altri». Come canta Sinatra in “That’s Life” (motivo conduttore del film), Arthur è stato «a puppet, a pauper, a pirate, a poet, a pawn», ma mai «a king». Ed egli porta a termine la sua trasformazione, la sua negazione del mondo in cui vive: da accettazione passiva a violenza attiva nei confronti del mondo. Joaquin Phoenix si è calato in un ruolo molto potente trattando temi come: la ricerca del senso della nostra vita, del nostro posto nel mondo: l’eterna lotta di classe tra ricchi e poveri e il desiderio di ricevere e dare amore.

La grandezza di questo film sta proprio in questo, cioè nel parlare di temi senza tempo aggiungendone altri in generale dei nostri tempi in un mondo che dimentica gli ultimi, che li calpesta (la manipolazione delle masse attraverso i media,la continua ricerca di fama) e tutto questo utilizzando una grande icona della cultura popolare: la nemesi principale di uno dei primi e più famosi eroi americani dei fumetti di Batman.

Arthur Fleck nei panni di Joker

Joker di Todd Phillips è un film pensato e realizzato a tavola, cura dei dettagli, montaggio (curato da Bradley Cooper), fotografia, recitazione, scelta musicale , complimenti meritati anche alla fantastica musica di Hildur Gudnadottir. Premio per la miglior colonna sonora agli Oscar 2019.
Insomma Joker è l’eccellenza, pur non inventando nulla. Riesce a fare un personaggio dei cartoni animati, un film. Joker non trascura di rivolgersi anche a un pubblico più adulto o completamente estraneo al mondo dei fumetti di supereroi, perché tratta temi universali che non passeranno mai di moda.

Nondimeno il film impressiona per la forza visiva di tante inquadrature, alcune davvero maestose, come per esempio quando Joker (Joaquin Phoenix), deambula di notte sotto le arcate di un tunnel cittadino. Rivelando nel regista un vero senso dello spazio in un film che ci parla di uno spazio finito quanto la temporalità. Perché sono anche onnipresenti, quasi ossessive, inquadrature oblique dall’ufficio dell’assistente sociale, o dal finestrino di un bus che attraversa la città rivelando il volto di un Joker
dallo sguardo ossessivo; ricorrono cunicoli, corridoi, tunnel o vicoli filmati lateralmente, in sezione, oppure frontalmente.
Tutti procedimenti di maestrale regia alludendo ad un film-cervello, come tale labirintico ma ristretto dall’ossessione.


Il finale suggerisce che gli eventi che gli spettatori vedono in Joker potrebbero essere solo una storia che Arthur sta raccontando a chi ha di fronte e a se stesso.
Il che significa che nulla di quanto si è visto fino a quel momento andrebbe preso come realmente accaduto data l’inaffidabilità del narratore.

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