Memento | Recensione

Memento è un thriller psicologico che ha come protagonista un uomo che non può ricordare e vuole vendicarsi di una persona chiamata John G. In breve, questa è la spiegazione che Nolan dà inizialmente della sua opera, un po’ ironicamente e in maniera sbrigativa.

L’uomo che non può ricordare – e delle volte non vuole – è Leonard Shelby, ex investigatore assicurativo, rimasto mentalmente menomato a seguito ad un’aggressione subita a causa di due uomini dal volto coperto che hanno stuprato e ucciso la moglie,
Leonard è affetto da disturbo della memoria a breve termine che gli impedisce di assimilare nuovi ricordi a partire dall’aggressione – amnesia anterograda.
Per sopperire a questa lacuna annota su pezzi di carta qualsiasi informazione utile al suo scopo, fotografa persone e posti per ricordare meglio cosa gli si presenta di fronte, e arriva persino a tatuare sulla propria pelle frasi, promemoria e nomi.

Leonard Shelby, Memento

Se la trama è breve e semplice, non si può di certo dire lo stesso della spiegazione del film e del suo svolgimento.
Fin da subito lo spettatore viene catapultato nella confusione propria del protagonista, e col passare del tempo ci si identifica. Perché è quello che vuole Nolan con il suo montaggio “al contrario” – si parte dalla fine per poi finire con l’inizio. Ed è proprio quello che succede dal primo fotogramma, che ci presenta una mano che agita una fotografia istantanea di un cadavere scattata in Polaroid, che col passare dei secondi perde di nitidezza e colore, fino a diventare bianca, per poi tornare quasi per magia dentro la macchina fotografica.

Una pistola “vola” letteralmente nella mano del protagonista e inghiotte una pallottola dentro di sé, sputandola pochi secondi dopo per commettere l’omicidio.
È un continuo alternarsi di scene a colori e in bianco e nero, che viaggiano parallelamente in direzioni diametralmente opposte per poi ricongiungersi, quasi per magia, poco prima della fine del film, che nel caso della linearità della storia coincide con l’inizio. Linearità solo accennata, perché ciò che ne scaturisce è una pellicola molto frammentata.

Tra i pezzi sparsi di questo puzzle mnemonico facciamo la conoscenza di Teddy – il poliziotto assegnato al caso dell’omicidio della moglie di Leonard – e Natalie – una donna che come Leonard ha perso una persona che amava – che lo aiutano per portare a termine il suo scopo, ossia vendicarsi di chi ha ucciso la moglie.
Ma col passare del tempo si capisce che viene sfruttato per il loro tornaconto personale, approfittando del suo stato di salute.

Leonard, memento
Leonard, Memento

La pellicola non segue i canoni prestabiliti dei racconti classici, ma li stravolge e li reinventa facendoli propri.
Nolan riesce perfettamente a prendere per mano lo spettatore e a farlo immergere nel vortice della confusione mentale di Leonard, e provando le sue stesse sensazioni di smarrimento è costretto a prendere appunti come il protagonista per cercare di comprendere la scena precedente e riallacciarla in qualche modo a quella successiva. Sin da subito è chiaro l’obiettivo: interrogarsi sull’animo umano, sempre alla ricerca di risposte ad interrogativi semplici ma allo stesso tempo complessi per via del problema di memoria.

Memento è un pezzo d’arte che instilla il dubbio, che forza lo spettatore ad empatizzare col protagonista, ad identificarsi con lui, che vive la stessa situazione di inquietudine e confusione.
Nolan ci costringe a dimenticare e a sforzarci di ricordare. Ogni cambio scena è un blackout nel cervello di Leonard e nel nostro, un rewind psichico per tentare comprendere ciò che viene dopo. O prima.

È un film che nasce dal tempo e nel tempo vive e ci gioca, modellandolo per i suoi scopi. Arrendendosi delle volte. Emblematica una frase di Leonard, mentre siede a letto pensieroso di fianco a Natalie:


“come posso guarire se non riesco a sentire il tempo?”.


Per certi versi anche paradossale, perché di tempo a disposizione, un animo turbato e malato che non lo concepisce come vero, ne ha infinito. La frammentazione della storia è la frammentazione stessa della memoria e del tempo in cui vive Leonard, una sorta di loop temporale in cui tutto si ripete e torna uguale. Ordine e metodo, ecco ciò che lo tiene inchiodato al “mondo reale”, l’ultimo baluardo prima dell’oblio.
Ma ordine e metodo sono prestabiliti soggettivamente, ed altrettanto soggettivamente li si può distruggere, modificare, annullare.

Ma prima… vi ho mai parlato di Sammy Jankis?

A causa di un incidente stradale, Samuel R. Jankis, commercialista di 58 anni prossimo alla pensione, soffriva di perdita di memoria a breve termine. La sua vicenda risale a quando Leonard lavorava come investigatore assicurativo, valutando richieste di indennizzo sospette. Sammy Jankis è stato il suo primo caso difficile. Ogni volta che lo incontrava, Leonard scorgeva in lui una specie di lampo di intelligenza, come se riconoscesse il proprio interlocutore. Leonard, dubitando della sincerità di Sammy, ordinò per lui alcuni test psichici. Dopo aver ripetuto per mesi una prova in cui Sammy continuava a toccare con mano un oggetto elettrificato nonostante gli procurasse una spiacevole scossa, i medici appurarono che il problema era di natura mentale e non fisica, e l’assicurazione non aveva pagato le spese mediche.

Leonard, Sammy Jenkis e sua moglie, Memento
Leonard, Sammy Jenkis e sua moglie, Memento

La moglie di Sammy però non si era arresa, e per scoprire se il marito stesse fingendo o meno gli fece il test dell’insulina per vedere fino a che punto si poteva spingere. Come ogni giorno chiese a Sammy l’iniezione, ma dopo qualche minuto gliene chiese un’altra. E un’altra ancora. Sicura del fatto che lui l’amasse e che stesse mentendo, sperava così di spingerlo a rivelare il proprio gioco. Ma Sammy non stava fingendo, e l’ultima iniezione fu letale.

Lei entrò in coma e poco dopo morì. Mentre lui fu rinchiuso in una clinica psichiatrica, inconsapevole di aver assassinato la moglie. Leonard ammette di aver sbagliato, sottovalutando la situazione. Il lampo che intravedeva nello sguardo di Sammy non era il riconoscimento di un’altra persona, ma una sua simulazione:

“se pensi che qualcuno si aspetta che tu lo riconosci, fingi di conoscerlo. Fingi per far piacere ai dottori, fingi per non sembrare diverso”.

La storia che Leonard racconta potrebbe risultare poco attendibile proprio a causa del suo disturbo, che lo porta a modificare la realtà, a plasmarla per il suo scopo, a renderla effimera. L’intera narrazione potrebbe essere il delirio del protagonista, o un suo sogno. Ma questo a Nolan non piace, perché “non sarebbe un bel film”.
E quindi non sogna, plasmando le strutture oniriche con la volontà e il pensiero come in Inception, ma mente per vivere meglio. Mente per vivere da “uomo per bene, non da mostro”, come in Shutter Island.

Mente per ricordare fatti distorti e bruciare quelli reali.


“Fatti” per lui imprescindibili, ma allo stesso tempo alienanti, fallaci, estranianti. L’epilogo della pellicola è quasi disturbante.
Dopo l’alternanza cromatica “colore/bianconero”, dove le scene a colori vanno a ritroso e quelle in bianconero vanno avanti in maniera parallela, il tutto si “unisce” nei pressi del finale, che è anche il suo epicentro, svelando l’intreccio narrativo che ci tiene legati sin dal primo minuto.

Leonard, Memento
Leonard, Memento

È proprio Teddy a “svelare” a Leonard tutta la vicenda, a far da contraltare donando veridicità alla sua vita, confessandogli che non era Sammy ad avere una moglie col diabete, ma lui.
È stato Leonard ad uccidere la moglie, sopravvissuta alla violenza subita, stretta nel tormento e nell’angoscia che lentamente la divoravano per il disturbo del marito. È Leonard a creare la sua stessa realtà, fatta di bugie e verità distorte.
È Leonard che uccide Jimmy Grants – lo spacciatore compagno di Natalie – a causa del consiglio di Teddy, che lo ha convinto fosse lui ad aver stuprato e ucciso la moglie.

È Teddy che ha sempre manipolato Leonard per il suo tornaconto, usandolo come braccio armato per eliminare soggetti scomodi alla polizia con la scusa di aiutarlo ad eliminare il John G. di turno. Ed è stata Natalie ad usare Leonard per cercare di far fuori Dodd, un socio in affari di Jimmy, che voleva indietro dei soldi di un vecchio affare.
Un turbinio di bugie e falsità che ci ha portato ad un unica ed inquietante domanda: chi siamo? Di chi possiamo fidarci?

La mente di Leonard rifiuta queste rivelazioni. Anni di metodo e precisione spazzati via in un secondo. Un bagliore nel suo volto ha il retrogusto della vendetta, non verso sua moglie, non verso se stesso, ma verso una verità spezzata. Ed è nel momento culminante della verità che Leonard decide di crearsene un’altra. È deciso, nonostante tutto, a non voler dimenticare ciò che gli è stato appena rivelato.
Sulla foto di Teddy appunta una frase, “non credere alle sue bugie”, e decide che sarà lui, d’ora in poi, il John G. da cercare.

L’eterno ritorno dell’uguale, tutto ricomincia mentre tutto finisce.

Leonard, come Teddy Daniels/Andrew Laeddis in Shutter Island, preferisce “essere scambiato per un morto che per un assassino”.

Non è facile scendere a patti con la propria mente, a meno che non si tenda alla menzogna. I volti, le situazioni, le emozioni nel tempo si perdono e i ricordi possono essere distorti. Nolan lo sa. Teddy lo sa. Natalie lo sa. Leonard lo sa. Ed è per questo che viene usato per altri scopi. Ed è per questo che mente, delle volte sapendo di mentire, per crearsi ogni volta uno scopo.

Leonard  // Andrew Leaddis
Leonard // Andrew Leaddis

La perdita degli affetti è una costante nella retorica nolaniana. La morte della moglie. L’assenza. Poi, la catarsi, in un modo o nell’altro. La resilienza, attraverso bugie o scomode verità.
La ricerca costante di un senso a tutto ciò che ci circonda, l’introspezione del protagonista e al tempo stesso dello spettatore, che con sguardo critico scruta ogni movimento. Dove lo porterà? Dove ci porterà?
L’animo umano è un puzzle, spiegarlo è difficile, capirlo impossibile.
Milioni di pezzi sparsi per terra, piccolissimi, che si nascondono nei punti più lontani. E milioni di persone che ci camminano sopra, impedendoci la comprensione.
Come questo film, stupendo da guardare, difficile da capire, impossibile da spiegare.

Firmato “Il Cinefilo Barbuto”

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