Parasite di Bong joon-ho | Recensione

Parasite di Bong joon-ho | Recensione

Bong Joon-Ho tra architettura e retorica

Parasite, film vincitore della palma d’oro a Cannes, è l’opera di Bong Joon-Ho che si occupa di portare avanti il discorso già sviscerato in opere precedenti, in particolare Snowpiercer, ovvero quello della lotta di classe e della diseguaglianza che caratterizza sia la società coreana che quella globale.

Il film inizia raccontando la quotidianità di una famiglia sud-coreana estremamente povera.
Ci viene mostrato come, pur senza un lavoro fisso, i nostri protagonisti riescano a guadagnarsi qualche soldo, anche solo per potersi permettere uno scantinato nei bassifondi di quella che può essere una qualsiasi città sudcoreana.Tutto sembra procedere come sempre ma, in una serata come le altre, al figlio più grande (Ki-woo) verrà offerta la possibilità di lavorare per una famiglia molto ricca, i Park. Sarà così che i nostri protagonisti tramite un piano estremamente elaborato riusciranno a trarre diversi guadagni da questa famiglia.

Famiglia povera, Parasite


Seppur inizialmente i motivi per il quale questa famiglia riuscirà per intero a prendere posto dei lavoratori dei Park sembrino piuttosto forzati, più avanti nel film si capirà perchè siano state adottate determinate scelte.

“Wow, questo è così metaforico”

Ki-woo

In questa frase che viene ripetuta più volte nella prima metà del film si trova la spiegazione.

Il regista interpella direttamente il pubblico senza che esso se ne renda conto, perlomeno inizialmente, anche grazie alle scene comiche cui essa è legata. E’ un quadro nel quadro e, come nel dipinto Cristo in casa di Marta e Maria” di Velazquez, Ki-woo (Choi Woo-shik) si rivolge direttamente allo spettatore indicandogli dove e come deve guardare per capire il tutto.Come se non bastasse diverse volte si sfonderà la quarta parete e il tutto sarà ancora più palese.Ci si trova quindi sin da subito di fronte ad un contrasto evidente, si passa dai bassifondi della città, oscuri e quasi claustrofobici, agli ampi spazi di una villa in collina. Eccoci allora davanti ad un altro personaggio fondamentale ai fini della trama, l’architettura che si farà marca dell’enunciazione e insieme ad altri espedienti ci guiderà alla lettura del film.

Casa dei protagonisti // Casa dei Park

Bong Joon-Ho compie un passo ulteriore. Decide infatti di scardinare i capisaldi della produzione cinematografica, saltando da un genere all’altro, dalla commedia al thriller, toccando anche sfumature horror. Passa da momenti comici davvero esilaranti a momenti di tensione che non si vedevano ormai da diversi anni.
Riprendendo la frase succitata, si capisce ben presto come il regista abbia utilizzato questi metodi per demolire diversi stereotipi sulla quale si fonda la società coreana.

“Sono gentili perchè sono ricchi”

Choongsook

Uno tra tutti è quello del povero-buono. Difatti i nostri protagonisti sono tutt’altro che altruisti, sono delle bestie, dei parassiti in tutto e per tutto, non si cureranno delle persone cui hanno rubato il posto di lavoro e tantomeno dei Park. Per contro vedremo la famiglia ricca che, in quanto tale, potrà permettersi di essere ingenua e di non curarsi più di tanto di quello che sta succedendo intorno a loro.
Bong Joon-Ho ne ha per tutti, spara colpi a destra e a manca riuscendo a colpire in pieno in più di un’occasione.
Cerca di vedere il tutto in modo oggettivo, invitando lo spettatore a fare lo stesso e a oltrepassare quel “velo di Maya” portatore di pregiudizi e stereotipi che rendono l’uomo cieco e ignorante.

Smorfia, parasite Bong Joon-Ho

Per quanto riguarda il lato tecnico possiamo notare come regia e fotografia vadano a braccetto senza che l’uno possa surclassare l’altro, inoltre è molto interessante come Bong abbia deciso di sviluppare la lotta di classe dando un senso di verticalità -dai bassifondi alla collina- contrariamente rispetto a come aveva fatto con Snowpiercer nella quale aveva dato un senso di orizzontalità.
In questo gioco anche gli attori sono fantastici, soprattutto il padre di famiglia Ki-Taek (Song Kang-ho) che ha messo in luce tutta la sua bravura, anche grazie al lavoro del regista che con una semplice inquadratura riesce a evidenziare uno spettro di emozioni che normalmente verrebbe spiegato tramite dialoghi noiosi e inutili.

Parasite è quindi una pellicola che vive di opposizioni, sia a livello eidetico che a livello topologico, che si fanno portatrici di un messaggio, un messaggio così potente e attuale che ci farà pensare ancora una volta quanto il cinema coreano sia avanti anni luce rispetto al cinema occidentale odierno.

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