Principessa mononoke | Recensione

Principessa mononoke | Recensione

principessa mononoke: Il nefasto veto dell’odio

La storia ha inizio con l’attacco da parte di un gigantesco spirito-cinghiale trasfigurato in demone ai danni di un vilaggio di Emishi.

Interviene Ashitaka , il principe del villaggio , che dopo aver debellato lo spirito demoniaco viene maledetto da quest’ultimo.

Il protagonista s’incammina così verso Ovest , col fardello di un maleficio che lo condurrà alla morte e con una sfera di ferro come unico indizio, nella speranza di eludere il fato.

Ashitaka nonostante la giovane età appare giudizioso,audace e responsabile, accompagnato dalle inconfondibili note del maestro Joe Hisashi avrà modo di confrontarsi con un mondo che scinde e reclama, un mondo ricolmo d’odio che lo metterà a dura prova rischiando di perire anzitempo non impedendogli tuttavia di empatizzare con le fazioni che si stanno dichiarando guerra.

Farà la conoscenza di Jiko, un monaco errante bramoso e vigliacco la quale vera identità rimarrà un mistero, Eboshi, padrona della città del Ferro, una donna fredda ma indulgente disposta a tutto pur di proteggere il proprio popolo e infine San, una ragazza umana allevata dai lupi e dalla dea Moro la quale ritiene gli umani responsabili della distruzione della Foresta Sacra, il suo spirito è implacabile per questo si fa chiamare Principessa Mononoke , non prova timore alcuno tanto che sarebbe pronta a sacrificare se stessa per la sua causa, il suo primo scopo è uccidere Madame Eboshi.

Madame Eboshi


Eboshi:”Cosa sei venuto a fare qui giovane straniero? ”
Ashitaka:” Sono venuto a vedere cosa accade con occhi non velati dall’odio ”

Da questo momento in poi Ashitaka diviene il mezzo per comprendere il fine , lo spettatore stesso si immedesimerà auspicando di riuscire a far regnare la pace in questa iperbole distopica all’interno della quale la natura, dapprima considerata unicamente come entità benefica, sembra aver perso quel candido equilibrio che da sempre l’aveva contraddistinta.

Il film sembra volerci mostrare in chiave iconica la metafora del progresso da un punto di vista Leopardiano nella sua idea di Natura matrigna, quest’ultima è additata infatti come capro espiatorio dei mali dell’uomo e prosegue noncurante il suo compito di prosecuzione della specie non badando minimamente ai singoli individui.

Sembra dunque non esserci alcun punto d’incontro tra il mondo degli umani e quello degli animali ma il caso vuole che gli esponenti dei due mondi, San e Ashitaka, parlino la stessa lingua, non comprendono l’uno le motivazioni dell’altro,non condividono nemmeno lo stesso obiettivo tuttavia sono entrambi spinti da ideali radicati e ,come spesso possiamo ammirare nei film di Hayao Miyazaki , vi è solo un concetto che se applicato può porre rimedio e riportare ogni cosa su quel filo sottile che talvolta sembra spezzarsi : la purezza degli animi.

San e Ashitaka

San: ”Non posso perdonare agli umani le cose orribili che hanno fatto.”

Ashitaka: ”È comprensibile. Torna pure a vivere nella tua foresta, San. Io resterò qui, per esserti vicino. Verrò a trovarti.

Di fronte a una forza superiore la dicotomia uomo-foresta sembra incrinarsi e per l’ennesima volta è l’amore che scaccia le ombre più tetre.
Il finale è la storia più vecchia del mondo: la pace sembra essere giunta, perdonare però non sempre significa dimenticare.

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2 Comments
  • Ted Alushani
    Posted at 02:14h, 14 Marzo Rispondi

    Gran film e gran recensione!

    • Alessandro Fancini
      Posted at 15:58h, 14 Marzo Rispondi

      Grazie mille Ted, grazie a te per il supporto!

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