Sami blood | RECENSIONE

Nel tentativo di spogliarci dell’essenza che ci compone, finiamo per generare un guscio vuoto. Lottiamo, nascondiamo la vergogna, tolleriamo la sofferenza, con in mente la più legittima delle libertà. Nonostante gli sforzi per ritrovare e vedere, finalmente, noi stessi nel lavoro finito, ci sorprende sempre quanto fragili siamo diventati. A forza di vedere dell’Altro e del diverso attorno a noi, il sangue prende a diluirsi nelle nostre vene, finché finisce per pompare quello altrui. Alla ricerca di un’identità da chiamare nostra, corriamo il grave rischio di perdere noi stessi. Proprio per questo motivo, spesso sentiamo che tutta la fatica è stato un vano dimenarsi. Proviamo una struggente nostalgia della pura unità originaria e non abbiamo altri da incolpare che la nostra cocciutaggine ed egoismo.

Iperborei. Nome mitico attribuito dai classici alle genti del Nord, coloro che godevano della protezione di Apollo. Lapponi. Una lente dispregiativa interposta dal popolo egemone svedese. Sami. Cosa veramente si sentivano le popolazioni nomadi di allevatori di renne al di sopra del Circolo Polare Artico. Termini per indicare lo stesso gruppo umano. Come dei vestiti di diverse taglie, però, solo l’ultimo caratterizza quasi a livello essenziale la loro identità. È il loro sangue, idee fattesi carne, voci concrete che scavano e modellano ambiente e paesaggio sociale. Questo è Sameblod (2016).

Sameblod, Sami (recensione)

Fuga da sé

Elle-Marja è una giovane ragazza sami nata e cresciuta in territori segregati dalla civiltà svedese negli anni Trenta. Invece che arrendersi a un futuro di completa immobilità sottomessa alle tendenze paternalistiche dell’eugenetica europea, sogna di liberarsi dagli stigmi che la differenziano quasi intrinsecamente dal mondo sviluppato. Disprezza l’essere Sami, perché la sua posizione vuol dire essere sempre vittima di insulti, offese e violenze. Per di più, da sopportare in silenzio. Le lezioni impartite a scuola non fanno che alienarla in modo sempre peggiore e dislocarla al punto da farle prendere la fatidica decisione.

Adotta un nome falso, brucia i vestiti che la vincolavano alla tradizione opprimente, fugge da casa verso la grande Uppsala, città idealizzata durante le fantasie serali di escapismo. Nell’allontanarsi dalla sorella, mette infine un punto fermo alla sua vita precedente. Inizia mostrarsi agli altri sotto una luce che nasconde il suo vero essere e, lentamente, nasce in lei il seme di un individuo del tutto nuovo.

Sameblod, Sami (fuga da se)

Trionfo di una sensorialità

La predominanza oculocentrica dell’Occidente egemone emerge con irruenza nella pellicola, segnando il punto di svolta nella vita della giovane protagonista. Un cambio di vestiti, trasformata l’apparenza, camuffa il suo aspetto agli occhi degli svedesi, la rende in grado di avvicinarsi come prima non aveva mai fatto. Lascia cadere gli abiti tradizionali, il gakti impregnato dal forte odore selvatico delle renne, e si riveste di panni occidentali, caratterizzati da un profumo totalmente diverso.

Nell’esperienza Sami, al contrario, olfatto, tatto e udito ricoprono delle posizioni privilegiate nella costruzione e significazione della realtà ed è simbolico come la presenza di stimoli di questo tipo tracci e renda palese la continua tensione per la protagonista nei confronti delle sue origini. La puzza che cerca spesso di lavarsi via di dosso, il calore dell’affetto fraterno o lo joik intonato sommessamente, canto stridulo rubato ai legittimi proprietari.

Sameblod, Sami (trionfo di una sensorialità)

Per superare uno stereotipo

Il flashback centrale è incastonato in una cornice narrativa che occupa i primi e gli ultimi minuti della pellicola. Con questo meccanismo vengono tracciati gli estremi del dualismo tradizione-modernità, chiarendo come un argomento tanto problematico per noi occidentali in realtà possa essere addomesticato. Poter sentire la consistenza della neve sotto gli sci era essenziale per capire la direzione da prendere e seguire il branco di renne in marcia. L’ostacolo offerto dall’automazione è stato motivo di rivoluzione della struttura sociale, ma non ha impedito di sviluppare una nuova sensibilità che passasse attraverso la tecnologia. Infatti, i sami adoperano integralmente gli Ski-Doo come mezzi di trasporto e questo, nel film, fa sorgere una cascata di interrogativi in chi sottovalutava la loro capacità di sopravvivere nel mondo, ritenendoli alla stregua di un “buon selvaggio” da accudire e difendere da sé stesso.

Durante gli ultimi decenni, il potere rappresentativo in ambito cinematografico è passato nelle mani di molte vittime della macchina da presa. Come arma bianca nei confronti degli stati egemoni, il cinema diventa uno strumento chiave per affermare e comunicare la propria identità di indigeno, di nativo, oltre che per rappresentarsi in modo immediato, senza il filtro borioso dello sguardo occidentale.

Carlo Lucca

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Carlo Lucca
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